8 agosto 2020
Aggiornato 22:00
L'intervista

La presidente di Federturismo: «Altro che bonus vacanze, il governo non ci ascolta»

Marina Lalli, presidente di Federturismo, al DiariodelWeb.it, fa il punto sulla stagione estiva: «Il momento è tragico, siamo stati completamente abbandonati»

Stabilimento balneare
Stabilimento balneare ANSA

Uno dei comparti che inevitabilmente sta pagando il maggiore scotto dalla crisi del coronavirus è quello del turismo. Un po' per la paura dei contagi che stenta a dissolversi, un po' per i blocchi agli ingressi di alcuni stranieri, molto anche per una mancanza di attenzione specifica da parte del governo, questo fiore all'occhiello dell'Italia sta vivendo la sua stagione estiva peggiore di sempre. Il DiariodelWeb.it l'ha analizzata con Marina Lalli, presidente di Federturismo.

Presidente Marina Lalli, facciamo il punto sullo stato dell'arte attuale della stagione turistica estiva.
Il punto è pessimo, devo dire. Il momento è tragico, la situazione negativa, stenta a partire e anche solo a sistemarsi. Qualche coraggioso ha riaperto, ma alcuni hanno dovuto anche richiudere. È una sconfitta molto grande, dovuta al fatto che le prenotazioni sono poche: quindi anche in prospettiva restare aperti è diventato antieconomico.

Ci sono delle zone del Paese che pagano più di altre?
Le città d'arte, che in questo periodo dell'anno lavorano quasi esclusivamente con gli stranieri. E quelle destinazioni a forte vocazione estera, dal Veneto alla Costiera amalfitana, che sono rimaste completamente senza clienti. Paghiamo soprattutto i blocchi da quei Paesi che portavano una fetta ingente dei guadagni.

La decisione da parte di molti italiani di rimanere in patria quest'estate non compensa nemmeno in parte il mancato arrivo degli stranieri?
Assolutamente no. Intanto perché gli italiani hanno in media una propensione alla spesa più bassa, quindi non coprono il segmento del lusso. Ed è anche difficile che passino le loro vacanze d'agosto nelle città d'arte. Parliamo di luoghi tra i più visitati in assoluto, che quindi contano molte strutture, dove ora il numero di turisti non è sufficiente a farle lavorare tutte.

Ma l'ostacolo prevalente qual è: la residua paura del contagio o la burocrazia?
La paura del contagio ancora resiste. Soprattutto quando una persona deve recarsi in una meta che conosce meno, magari in un Paese straniero, fa più difficoltà a fidarsi. Per questo motivo il turismo di ritorno è un po' più avvantaggiato. E poi noi, come Italia, scontiamo il fatto di essere stati tra i primi colpiti dalla pandemia. Chi non si informa a dovere può pensare che siamo un luogo più pericoloso di altri, quando ora i dati raccontano ben altro.

Forse ci siamo anche comunicati all'estero in modo poco favorevole.
Senz'altro all'inizio è stato così, dopodiché non siamo stati per niente bravi a invertire questa tendenza. La comunicazione stenta a partire ancora oggi, mentre sarebbe stato bene anticiparla di parecchie settimane.

Quali politiche potrebbe portare avanti il governo per aiutarvi?
Intanto avremmo bisogno di essere alleggeriti di parte delle spese. Questo semplificherebbe la vita a quelle aziende che non stanno incassando quasi nulla, ma dovranno comunque fare fronte alle scadenze fiscali, che non sono state affatto cancellate. Per quanto riguarda i lavoratori, sapere di dover lasciare a casa gli stagionali, che lavorano con noi da anni e anni, non è una bella sensazione. Per questo motivo abbiamo chiesto un aiuto, almeno sotto forma di sgravi contributivi. Che rappresenterebbero perfino un vantaggio per lo Stato, visto che oggi quelle persone sono in cassa integrazione.

Il bonus vacanze, visti i numeri, è stato un flop.
Noi lo abbiamo detto fin da quando era solo un'ipotesi. Se fosse stata una misura aggiuntiva, oltre agli aiuti seri alle aziende, poteva anche andare. Ma certamente non era la priorità. Noi chiedevamo, e chiediamo ancora oggi, aiuti sulla liquidità: quindi la soluzione non può essere quella di anticipare noi l'80% della misura. Il bonus vacanze, semmai, è una misura sociale, aiuta più i cittadini che le imprese.

Anche il vostro comparto si è sentito dimenticato dal governo?
Il turismo rappresenta 23 filiere, e molte di queste sono state proprio completamente abbandonate. Le nostre poche richieste non sono state nemmeno considerate. Ora ci dicono che vogliono darci un decreto ad hoc, in qualità di settore in crisi, e noi ci stiamo credendo e appigliando a questa promessa. Ma sui tempi e sul contenuto non sappiamo ancora nulla.

Questa crisi può rappresentare, per lo meno, l'occasione per ripensare il settore e modernizzarlo?
Secondo me deve esserlo. Visto che abbiamo ricevuto un forte schiaffo, è il caso di assestare ciò che non funzionava finora. Immagino per esempio ai luoghi eccessivamente sfruttati dall'overtourism, che erano giunti ad un punto di collasso, e vanno ripensati con una riqualificazione delle strutture, in modo da ridurre il numero di clienti senza perdere gettito. Così come va ripensata la digitalizzazione, che possa aiutare ad informare i turisti, ad indirizzarli, a suddividerne i flussi e monitorarne costantemente i gusti e le preferenze. Ma per riuscirci serve un sistema di infrastrutture adeguato, che oggi non c'è, soprattutto quando ci si sposta dalle città più frequentate.

Anche in questo caso servirebbe una cabina di regia governativa, che stenta a vedersi.
Esatto, è fondamentale.