2 dicembre 2020
Aggiornato 04:00
L'intervista

Carlo Cottarelli: «Il Decreto Rilancio? Troppo complesso e troppo in ritardo»

Il direttore dell'Osservatorio sui conti pubblici italiani, Carlo Cottarelli, commenta al DiariodelWeb.it le misure previste dal governo per la ripartenza

Il direttore dell'Osservatorio sui conti pubblici italiani, Carlo Cottarelli
Il direttore dell'Osservatorio sui conti pubblici italiani, Carlo Cottarelli ANSA

Della «potenza di fuoco» promessa dal premier Conte contro la crisi economica, finora si è visto ben poco. I cinquantacinque miliardi stanziati per il famigerato decreto Rilancio si sono persi in mille rivoli senza riuscire nell'obiettivo principale, quello di concedere vera liquidità ad imprese e lavoratori. È quanto sostiene anche il direttore dell'Osservatorio sui conti pubblici italiani, Carlo Cottarelli, che al DiariodelWeb.it ha criticato le misure del governo per il loro eccessivo ritardo e per l'inspiegabile complessità burocratica.

Professor Carlo Cottarelli, lei è stato tra quelli che hanno espresso con forza la necessità delle riaperture. Cosa pensa degli allentamenti che sono stati annunciati a partire da lunedì?
Ancora non si conoscono esattamente i dettagli, ma a me è sempre sembrato logico prevedere misure in base alle diverse aree geografiche. Certo, ora si lascerà la possibilità ai singoli governatori di aumentare le restrizioni. Ma non vedo perché, ad esempio, il governo non debba già permettere la circolazione in tutto il sud, dove il grado di contagio è più o meno lo stesso.

Ancora non si è fatto abbastanza, sotto questo aspetto?
Non do un parere sulla forza delle restrizioni in media. L'unico criterio che aggiungerei è non prevedere la stessa logica per tutte le Regioni. Mi sembrerebbe logico.

Parliamo del decreto Rilancio: lei sostiene che pesi molto sull'efficacia di queste misure il grande ritardo con cui sono state prese.
Non sono stato io ad averlo annunciato come «decreto aprile». Se era programmato per aprile, non vedo perché debba arrivare a metà maggio. Il dato di fatto è che c'è stato un mese di ritardo, e non si è capito il perché. Forse la spiegazione sta proprio nella lunghezza e nella complessità del documento. Ma immagino che ci saranno anche stati dei dissensi all'interno della coalizione.

Molti imputano la lunghezza del documento alla presenza di mille mance e mancette a diversi settori, quando non si è ancora fatto abbastanza per dare vera liquidità alle imprese.
Se lo confrontiamo con quanto è stato fatto negli Stati Uniti, abbiamo stimato che nel Cares Act c'erano meno di cento misure, noi ne abbiamo circa seicento. La logica è quella che dice lei: invece di fare relativamente pochi provvedimenti generali, se ne fanno molti specifici. Non tutti comportano costi, ma aumentano comunque la complessità e quindi rallentano. La ragioneria dello Stato deve bollinare paragrafo per paragrafo e questo richiede tempo; poi c'è anche il ritardo d'implementazione.

Già abbiamo accumulato un ritardo sulle misure precedenti, che per giunta non hanno raggiunto gli effetti sperati.
Una cosa dobbiamo dirla, sinceramente: siamo in una situazione di emergenza ed è normale che qualcosa vada storto, succede anche negli altri Paesi. Ma un po' di ritardo ingiustificato mi sembra che ci sia. Ad esempio, non ci voleva un genio per pensare all'erogazione diretta della cassa integrazione in deroga, senza passare dalle Regioni. Ma ci si è pensato soltanto adesso.

Siamo ancora nelle mani della burocrazia.
Basta leggere la prima frase del decreto: bisogna prendere fiato tre volte prima di arrivare al punto. Viene da chiedersi che motivo ci sia. Per fare una battuta, se Mosè avesse incontrato un burocrate sul monte Sinai, invece di dieci comandamenti sarebbe sceso con centomila.

E chissà quanto sarebbero pesate le tavole di pietra...
Adesso, con la digitalizzazione, è molto più facile scrivere norme così lunghe. Se dovessero essere scolpite nella pietra, forse persino i burocrati romani le sintetizzerebbero...

Nel frattempo anche l'Unione Europea sembra essersi finalmente convinta ad allargare i cordoni della borsa.
Non mi sembra che ci sia stato alcun cambiamento di paradigma, sono solo cambiate le condizioni. Siamo di fronte ad una recessione paurosa e in questi casi si intraprendono misure inusuali. Sarebbe stato insensato farlo per un rallentamento dell'economia dello 0,1%.

Questo non significa dare ragione a chi sostiene che per rilanciare l'economia serve un po' di spesa pubblica?
Keynes scrisse la Teoria generale dopo la Grande recessione, non dopo un piccolo rallentamento. Dunque non c'è niente di nuovo: io stesso, nel 2008-2009, dissi che occorrevano politiche espansive. È molto semplice: di fronte a rischi peggiori, si accetta anche un aumento molto forte del debito pubblico.

Poi bisogna vedere se quest'occasione della maggior flessibilità concessa dall'Europa sia stata sfruttata bene in Italia.
Ovviamente, bisogna fare in modo comunque di non buttare via i soldi. Se l'obiettivo è solo quello di rialzare la domanda, si possono anche scavare buche e riempirle di nuovo, come diceva Keynes. Ma se poi riusciamo a farlo senza sprecare denaro, è ancora meglio. Per lasciare qualcosa alle future generazioni dovremmo fare buoni investimenti.

Lei cosa farebbe, se fosse il ministro dell'Economia?
Due cose: pianificare investimenti pubblici e ridurre la burocrazia.

Che scenario si aspetta, di qui ai prossimi mesi?
Molto brutto. Ora bisogna tornare al lavoro, ma con queste restrizioni inevitabili ci saranno impedimenti alla produzione. Quello che dobbiamo evitare in ogni modo è che alla crisi sanitaria e a quella del Pil se ne aggiunga anche quella finanziaria. Che, per ora, stiamo riuscendo ad evitare, soprattutto con l'aiuto della Banca centrale europea.

Per evitarla serve il Mes?
L'ho già detto tante volte, ma ormai è diventata una questione politica. Non basterebbe a risolverebbe tutto, ma sono 36 miliardi che aiuterebbero. Le condizioni sono praticamente inesistenti, i rischi vengono volutamente esagerati perché ormai chi ha iniziato la battaglia contro il Mes non vuole ammettersi di essersi sbagliato, e che questo Mes è diverso dagli altri. Comunque, la misura veramente decisiva sarebbero i Recovery Bond.