22 ottobre 2018
Aggiornato 07:00

Per Renzi era l'azienda modello del Jobs Act. Oggi è fallita

Nel 2016 l'allora premier metteva in mostra la sua riforma del lavoro visitando la Ads. Ora la ditta è naufragata e i 280 dipendenti sono appesi a un filo

ROMA – È la prova provata del gigantesco flop chiamato Jobs Act? O, piuttosto, delle capacità iettatorie di Matteo Renzi, che dopo aver fatto naufragare il suo Partito democratico ha fatto lo stesso anche con un'azienda che aveva pubblicamente elogiato? Fatto sta che a farne le spese sono stati gli innocenti lavoratori della Assembly Data System, una ditta di Pomezia che solo due anni e mezzo fa l'allora presidente del Consiglio aveva visitato in pompa magna, facendosi accompagnare anche dalle telecamere di Porta a Porta.

Uno spot per la riforma del lavoro
A raccontare questa notizia è stato il giornalista Luca Rinaldi sul sito web Linkiesta. Era il periodo in cui il governo Renzi stava varando la sua riforma del lavoro, che comprendeva anche la tanto pubblicizzata misura degli incentivi alle assunzioni. E la Ads ne aveva beneficiato ampiamente: «Cinquecento assunzioni», si beava l'ex segretario del Pd, per dimostrare come la legge da lui fortemente voluta fosse in grado di stimolare l'espansione delle imprese: «L’auspicio è che realtà del genere continuino a crescere. L’Italia è questa roba qua». Solo oggi scopriamo che cosa fosse esattamente «questa roba qua»: Ads è fallita, le sue quote sociali sono state sequestrate dal tribunale di Firenze, i rami d'azienda spacchettati ed affittati ad altri gruppi e i 280 dipendenti superstiti in attesa di conoscere il loro destino dalla trattativa aperta al ministero dello Sviluppo economico, e soprattutto con numerose mensilità di stipendio ancora da incassare.

Gli intrecci del giglio magico
E dire che la Assembly Data System non era un'azienda come le altre: l'ex amministratore unico Pietro Biscu è molto legato a Luca Lotti, il braccio destro di Renzi, mentre nella compagine societaria era presente anche Luigi Dagostino, già socio in affari di Tiziano Renzi, padre di Matteo. Entrambi, oltretutto, hanno avuto i loro bei guai con la legge. A Biscu sono stati sequestrati preventivamente 4 milioni di euro a inizio 2018, nell'ambito dell'indagine della procura di Firenze in cui è accusato di omessi versamenti Iva. Dagostino, invece, è rinviato a giudizio insieme a papà e mamma Renzi nel processo per fatture false, sempre a Firenze, e nel giugno scorso per lui sono scattati gli arresti e un sequestro da 3 milioni di euro. Una serie di brutte storie, intrecciate tra di loro, e tutte cominciate con quel bacio della morte dato da Matteo in diretta televisiva.