23 ottobre 2018
Aggiornato 14:30

Vendere il debito italiano alla Cina: così Tria terrà saldi i conti pubblici

Il ministro si è impegnato a tenere sotto controllo il bilancio dello Stato: dunque, dopo la fine del Quantitative easing, pensa a collocare i titoli di Stato in Oriente
Il ministro dell'Economia Giovanni Tria al vertice Ecofin di Bruxelles
Il ministro dell'Economia Giovanni Tria al vertice Ecofin di Bruxelles (EPA/STEPHANIE LECOCQ)

ROMA – La Cina è sempre più vicina. Almeno per il ministro Giovanni Tria, che oggi espone le sue linee programmatiche di fronte alla commissione Finanze del Senato: in vista della conclusione del Quantitative easing, infatti, il titolare dell'Economia starebbe pensando di vendere i titoli di Stato italiani ai cinesi. Questo, almeno, è quanto afferma Federico Fubini sulle pagine del Corriere della Sera di oggi: Tria intenderebbe sfruttare le relazioni intrecciate da economista universitario a Pechino e Shanghai (dove ha anche vissuto), per collocare in Estremo Oriente i circa 400 miliardi l'anno di debito pubblico necessari a far funzionare la macchina dello Stato. Proprio con questo obiettivo il ministro avrebbe in cantiere per i prossimi mesi un viaggio in Cina, che al momento non figura ancora in agenda, per convincere gli investitori orientali che comprare Bot conviene: un punto all'anno di rendimento in più dei titoli spagnoli, il 13% in più sul decennio.

Attenzione ai bilanci
Sarebbe questo, dunque, il piano del Mef per garantire la tenuta dei conti pubblici, un impegno preso sia con Bruxelles che davanti agli osservatori internazionali. L'obiettivo principale della futura Legge di bilancio, che sarà presentata tra settembre e ottobre, resta infatti quello di mantenere il deficit in linea con i livelli raggiunti dai governi precedenti (circa l'1,5% del Pil). «Per il 2018 nulla cambia – ha chiarito Tria – Non ci sarà sicuramente un peggioramento strutturale, saremo almeno stabili, certamente». Una risposta indiretta, da un lato alla Commissione europea, che gli chiedeva una nuova manovrina correttiva da cinque miliardi, dall'altro alla maggioranza di governo, che invece spinge per anticipare le riforme sulla flat tax e sul reddito di cittadinanza. Per non far saltare il banco, è il suggerimento a M5s e Lega, le promesse vanno almeno rimandate nel tempo. «Si può fare tutto – ha messo le mani avanti – Per il 2019 sarebbe meglio essere più ambiziosi, ma dipenderà anche dall'andamento dell'economia». Che, secondo la Ue, crescerà solo dell'1,3% nell'anno in corso e dell'1,1% nel prossimo invece che dell'1,5% e dell'1,2% previsti rispettivamente in precedenza.

Politica e ragioneria
Insomma, Tria continua a tenere dritta la barra della moderazione e della responsabilità. Anche a costo di arrivare allo scontro con il vicepremier Luigi Di Maio, con il quale si è ritrovato più volte ai ferri corti nei giorni scorsi, sul nodo delle nomine alla direzione generale e a capo di gabinetto di via XX settembre, nonché alla Cassa depositi e prestiti. Il ministro dell'Economia è comprensibilmente sotto pressione, ma non intende rinunciare alla propria autonomia: ed è anche sotto questa luce che va letta la sua recente presa di posizione contro il presidente dell'Inps Tito Boeri sulle stime del decreto Dignità. «Prive di basi scientifiche», ha tuonato Tria, stavolta, in coro con Di Maio. Una concessione alle ragioni della politica, dunque, con la speranza di ottenere in cambio dai pentastellati una concessione uguale e contraria alle ragioni dei conti pubblici.