19 agosto 2018
Aggiornato 10:00

Quei 50 miliardi che l'Europa non ci permette di spendere

Uscire dall'euro resta il piano B. Ma il piano A del ministro Paolo Savona riguarda l'avanzo estero: un tesoretto che l'Ue ha congelato per i vincoli di bilancio
Il ministro per gli Affari europei, Paolo Savona
Il ministro per gli Affari europei, Paolo Savona (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

ROMA – Il piano B resta quello che ha scatenato la contrarietà di Luigi di Maio e di Giovanni Tria: l'uscita dall'euro. Ma il piano A di Paolo Savona, invece, qual è? Il ministro degli Affari europei lo ha spiegato oggi in una lunga intervista pubblicata in prima pagina dal quotidiano La Verità. Per riuscire a rispettare le costose promesse del contratto di governo, infatti, servono soldi, e l'economista sardo sembra avere individuato dove trovarli: per la precisione, ben cinquanta miliardi che l'Europa non ci permette di spendere.

Il nodo dell'avanzo estero
«L'Italia da tempo vive al di sotto delle proprie risorse, come testimonia un avanzo di parte corrente della bilancia estera – spiega il ministro – Tale avanzo non può essere attivato, cioè non possiamo spendere, per l'incontro tra i vincoli di bilancio e di debito dei trattati europei. Questo nonostante abbiamo ancora una disoccupazione nell'ordine del 10% della forza lavoro e rischi crescenti di povertà per larghe fasce di popolazione. L'avanzo sull'estero di quest'anno è al 2,7% del Pil, per un valore complessivo di circa 50 miliardi: esattamente ciò che manca alla domanda interna». Anche il suo collega titolare dell'Economia, Giovanni Tria, sarebbe sulla stessa linea, sollevando semmai obiezioni su «la cadenza temporale dell'operazione, non la possibilità di attuarla».

Battere i pugni sul tavolo
Savona, insomma, sembra intenzionato a rispettare la sua nomea di «bestia nera» dell'Unione europea, portando avanti in maniera decisa le sue richieste nonostante le resistenze di Bruxelles: «Una politica della domanda centrata sugli investimenti, una scelta che, con l'avvento della commissione Juncker era già stata effettuata sotto la spinta dell'opinione pubblica rappresentata dal Parlamento europeo. Se l'Ue lo accetta, meglio ancora se propone essa stessa, nel reciproco interesse, un piano di investimenti di tale importo, la crescita del Pil che ne risulterebbe può consentire un gettito fiscale capace di coprire allo stesso tempo la quota parte delle spese correnti implicite nelle proposte di flat tax, salario di cittadinanza e revisione della legge Fornero senza aumentare né il disavanzo pubblico, né il rapporto debito pubblico/Pil su base annua». D'altra parte, le stesse istituzioni europee trarrebbero beneficio dall'attuazione di un programma del genere, ribadisce il ministro: «Occorre che l'Ue riconquisti la fiducia dell'opinione pubblica, non solo italiana, prima delle prossime elezioni europee, la cui data incombe». Come a dire che o l'Europa dimostrerà buon senso, oppure rischia seriamente di essere spazzata via, ma stavolta dal voto degli stessi elettori.