Economia | Crisi mercati finanziari

«Uno dei più grandi scandali finanziari d’Italia»: sotto processo Morgan Stanley, burocrati dello Stato e derivati

La Corte dei Conti vuole processare la multinazionale finanziaria e quattro ex ministri per danno erariale. Verranno tutti assolti o prescritti, ma...

La sede centrale di Morgan Stanley
La sede centrale di Morgan Stanley (Sachelle Babbar via ZUMA Wire)

ROMA - Uno dei più grandi scandali finanziari d’Italia: questa è l’accusa che la Corte dei Conti muove al colosso finanziario Morgan Stanley. Ma ciò che è eticamente censurabile non sempre, se non quasi mai, è legalmente perseguibile. Ma il processo che si sta tenendo in questi giorni nei confronti della multinazionale finanziaria, al di là del suo esito scontato, ha diversi aspetti paradigmatici dell’inesorabile processo di marcescenza a cui sono sottoposti gli Stati. E con essi le comunità. Quello che emerge, e rimarrà al di là della sentenza che con ogni probabilità si materializzerà con un nulla di fatto, è il ruolo dei vertici dello Stato, e il cosiddetto paradosso delle porte girevoli. Il più famoso, probabilmente, è Gerhard Schroeder, passato dalla cancelleria tedesca ai vertici di Gazprom; ma non si possono dimenticare Tony Blair, Bill Clinton, nonché lo stesso presidente francese Emmanuel Macron. Le porte girevoli permettono un pericoloso scambio tra ruoli pubblici e privati, dando origine a controverse figure di cui, alla fine, non si capisce il fine delle loro opere.

Derivati privati, perdite pubbliche
In breve, la vicenda giudiziaria è molto semplice. Si è svolta qualche giorno fa, nel silenzio generale dei media distratti dal pollaio politico, la prima udienza del processo che vede sul banco degli imputati Morgan Stanley, gli ex ministri all’Economia Domenico Siniscalco (dal 2006 nel board di Morgan Stanley International), Vittorio Grilli, il direttore generale del Tesoro, Vincenzo La Via e Maria Cannata. Tutti accusati di danno erariale nei confronti dello Stato. Gli imputati hanno contestato la giurisdizione dei giudici contabili, sostenendo che dovrebbe spettare alla giustizia civile. E’ iniziato il lungo percorso verso la prescrizione del reato. Tra fine 2011 e inizio 2012 il ministero dell’Economia, durante la tepestosa crisi finanziaria/colpo di stato, ha versato alla banca americana circa 3 miliardi in conseguenza di una clausola di «Additional termination event» presente in alcuni contratti. La clausola, secondo la Corte dei Conti, consentiva la conclusione dei contratti a discrezione di Morgan Stanley.

Cosa dice la storia
I derivati hanno avuto, tra 2013 e 2016, un impatto negativo sul bilancio pubblico di 24 miliardi. In sintesi: MS scommise, su mandato del governo, che i tassi di interesse sarebbero saliti. Scesero. Lo fece appunto per preservarsi, almeno questo è il fine di questi strumenti finanziari ultra rischiosi, dal rischio di un aggravio ulteriore dei tassi di interesse. Si stipula quindi un contratto derivato, una vera scommessa, sulla propria sconfitta finanziaria: si tenta di far rientrare dalla finestra qualcosa dell'immensa massa monetaria che, sotto la spinta della speculazione, esce dalla porta principale. Lo scorso anno, i derivati hanno avuto sul bilancio pubblico italiano un impatto negativo di oltre 8 miliardi, secondo le statistiche di Eurostat. Il Tesoro ha sempre sostenuto di aver utilizzato i derivati come assicurazione contro il rischio di un aumento dei tassi, soprattutto durante gli anni peggiori della crisi finanziaria. Ma, come spiegato dalla procura della Corte dei Conti a febbraio 2017, alcuni dei contratti «evidenziavano profili speculativi che li rendevano inidonei alla finalità di ristrutturazione del debito pubblico — l’unica consentita dalla normativa per operazioni in derivati — non essendo ammissibile per lo Stato, investitore pubblico, assumersi rischi rilevantissimi».

Accuse inutili
L’accusa portata avanti dalla Corte dei Conti è molto pesante: «Aver ignorato e sottovalutato i rischi di questi strumenti derivati, gestendo denaro pubblico come se fosse privato». Morgan Stanley è difesa dall’avvocato cassazionista Antonio Catricalà, già sottosegretario, nel governo Letta, nonché soggetto di numerosi incarichi governativi. Il quale ha chiamato in causa Mario Draghi, che avrebbe redatto il regolamento seguito da Morgan Stanley. I legali di Morgan Stanley, Cannata, La Via, Siniscalco e Grilli, contesteranno anche il merito delle accuse osservando che per la stessa vicenda già due tribunali si sono pronunciati per l’archiviazione, dicono ancora le fonti. Il tribunale dei ministri che il 22 gennaio 2016 ha stabilito che l’allora presidente del Consiglio Mario Monti e l’attuale ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan non commisero alcun reato. Questa, in breve, è la vicenda giudiziaria Morgany Stanley.

Mai più governi tecnici
Ma, appena dopo, o appenda prima, emerge la vicenda politica e culturale. Emerge nel giorno in cui Matteo Salvini pronuncia la frase «disposti a tutto pur di non fare un governo tecnico». Perché è evidente a tutti che di fronte a una vicenda come quella di Morgan Stanley, che coinvolge quattro ex ministri – che non abbiamo alcun dubbio riusciranno a dimostrare la loro innocenza formale – emerge l’enorme conflitto di posizione di chi ricopre prestigiose e delicate cariche pubbliche. L’annientamento della Prima Repubblica, attraverso spregiudicate campagne moralizzatrici della politica, ha aperto un varco all’intervento diretto dei poteri finanziari, e non solo, all’interno di dinamiche da cui dovrebbero essere esclusi. Si tratta quindi di ritornare a riscoprire, dopo la furibonda e terribile campagna retorica contro la politica – la famosa casta di Stella e Rizzo – il ruolo della politica quale elemento super partes. Venti anni di governi più o meno tecnici hanno messo in evidenza che taluni interessi materiali sono indomabili: e le porte girevoli che hanno portato eminenti personaggi della sfera privata a governare la sfera pubblica hanno generato danni materiali, culturali e sociali.