Economia | Crisi mercati finanziari

Per la prima volta nella storia la speculazione è meno rischiosa dell'investimento produttivo

La Fed ha nuovamente lasciato inalterati i tassi di interesse, rendondo così sempre più forte il settore finanziario. La fine del lavoro avanza

Il governatore della Fed Janet Yellen
Il governatore della Fed Janet Yellen (EPA/JIM LO SCALZO)

NEW YORK - Se il prezzo delle Ferrari dovesse raddoppiare, o triplicare, o decuplicare da un giorno all’altro, il tasso di inflazione rimarrebbe uguale. Così sarebbe anche nel caso il numero complessivo di autovetture del cavallino rampante vendute raddoppiasse, triplicasse, decuplicasse. Perché si tratta in ogni caso di un bene di lusso, fuori dalla massa dei consumi che compone il paniere con cui viene calcolato il tasso di inflazione. Partiamo da questa banale considerazione per spiegare la ragione della perdurante stagnazione deflattiva, nonostante i tassi di interesse, da ormai lungo tempo, siano prossimi allo zero. Gli economisti si domandano perché a fronte del perdurante tasso di interesse prossimo allo zero l’inflazione rimanga sottotraccia, e addirittura si permetta di veleggiare nella bonaccia della deflazione, ovvero un’inflazione ancora più subdola. Stessa domanda pensosa arriva dai vai commentatori che si affannano sulle terze pagine dei giornali più prestigiosi. Ebbene, l’enigma non è tale, perché semplicemente l’enorme massa monetaria stampata dal nulla viene intercettata dal settore finanziario: che continua a prosperare attraverso prodotti venduti sui vari mercati. Siano essi tradizionali o derivati poco importa. Nell’immenso mondo dell’economia speculativa, il casinò aperto ogni giorno e ad ogni ora, non c’è quindi posto per il lavoro salariato, ovvero la base su cui si basano i consumi che generano l’inflazione. Quel denaro, sia esso creato dalla Fed o dalla Bce non cambia nulla, rimane intrappolato dentro la speculazione, e solo qualche goccia cade là sotto, nel mondo reale del lavoro, generando quei risibili rialzi del Pil che poi il sistema mediatico propaganda come «ripresa».

Tassi sempre fermi, tre scenari
La Fed statunitense ha confermato la sua politica monetaria e ha deciso di non modificare il tasso di interesse, compreso tra l’1% e l’1,25%. La decisione è stata presa all’unanimità dai membri del FOMC. La banca centrale Usa ha segnalato che potrebbe giungere entro fine anno un aumento del tasso, mentre nel 2018 vi dovrebbero essere ben tre rialzi. La Fed ha annunciato che a partire da ottobre la il suo bilancio verrà decurtato di dieci miliardi al mese, su un ammontare complessivo pari a 4500 miliardi di dollari. E’ evidente che la mossa sia espansiva: ma di cosa? Di quale domanda? Gli analisti di oltre oceano pongono tre scenari.

  1. Il primo: la concorrenza sta contraendo il costo del lavoro, questo fa sì che l’occupazione aumenti senza una ricaduta sulla domanda aggregata. Questo è vero: i lavoretti, dilaganti nel mondo del terziario che dovrebbe sostituire l’industria, fungono da deterrente verso gli investimenti in beni durevoli. Al massimo ci si può permettere un paio di pizze in più al mese con la famiglia, ma comprare l’automobile è impossibile. Un operaio degli anni Sessanta è immensamente più ricco di un galoppino che porta in giro gli arrosti per le città.
  2. Secondo: i robot si stanno mangiando il lavoro umano. Altro evento certo, che riduce sempre più la propensione al consumo, e in ottica futura, ma non remota, potrebbe perfino renderla tendente a zero. Il galoppino che corre in bici presto verrà cacciato da un drone, quindi anche lui rimarrà senza denaro a breve. Quali grandi acquisti dovrebbe produrre in una condizione simile?
  3. Terzo: le aspettative negative permangono, nonostante il lavaggio del cervello che i media, soprattutto in Europa, fanno al cittadino consumatore bombardato di dati entusiasmanti. I cittadini vedono di cosa si compone la realtà, vedono la concorrenza dei robot e il dilagare dei contrattini, vedono l'avanzare della finanza.

Le quattro dinamiche quindi si compenetrano: ma, differentemente dalle altre, la prima viene totalmente taciuta. Eppure essa è la più importante perché stronca la capacità di investimento del settore pubblico e privato. Il primo strozzato da regole di bilancio sempre più ferree e folli, i secondi dalla certezza che gli investimenti sul lavoro siano molto più rischiosi di quelli nell’economia casinò.

Speculare è più sicuro
Siamo quindi ad una chiave di volta, storica per molti versi: oggi un imprenditore che vuole investire denaro, risparmio, ha la percezione che il rischio maggiore non sia nel gioco speculativo: la locuzione dovrebbe essere intrisa di pericolo, senza perfino darne spiegazione. Eppure chi vuole fondare, oggi, un’industria in Europa? Men che meno in Italia. Al massimo si può aprire una pizzeria. Molto meglio un fondo, un investimento borsistico diretto, o qualche altra diavoleria purché non sia legata al lavoro. Dove tutto questo stia conducendo l'occidente è abbastanza chiaro. La scelta sarà tra il lavoro a regimi salariali asiatici, oppure il reddito di sopravvivenza, oggi chiamato di cittadinanza, senza alcun collegamento con la dignità intrinseca al lavoro.