Crisi Alitalia

Non regalate Alitalia a Ryanair, salviamo i settori strategici dell'Italia

«Siamo seri. Il nostro interesse per Alitalia resterà solo se ci sarà una ristrutturazione significativa, in modo che la compagnia sia ragionevolmente in grado di operare su una base redditizia»: ecco il programma del capo di Ryanair qualche mese fa

ROMA - «Ryanair presenterà un’offerta vincolante per l’acquisto di Alitalia entro la scadenza del 2 ottobre, ma solo sull’asset che riguarda il lungo raggio. Ci può essere un futuro molto positivo per il lungo raggio di Alitalia. Se un domani Alitalia entrasse nel perimetro del nostro gruppo, continuerebbe ad essere una compagnia diversa da Ryanair, anzi sarebbe addirittura concorrente sul territorio italiano. Non vogliamo trasformarla in una compagnia low cost sussidiaria di Ryanair. Ryanair rimane com’è, una concorrente di Alitalia. Le due compagnie rimarranno ben separate. Noi vogliamo acquisire Alitalia per renderla vincente. Perché con un giusto focus, il giusto management e le giuste rotte, Ryanair e Alitalia potranno continuare a crescere in tandem». «In Italia ci sono rotte apprezzate in tutto il mondo. Tutti possono lavorare, basta saperlo fare. Il problema di Alitalia è che in questi anni il management si è focalizzato sulla tratta Milano-Roma, ma ci sono tante altre rotte dove Alitalia può crescere». Con questo annuncio lo stravagante proprietario di Ryanair, Michael O’Leary, qualche mese fa ha messo nero su bianco la sua intenzione di fare shopping di un patrimonio nazionale, Alitalia, caduto in povertà e travolto dai debiti. 

Scandalo in cielo
Oggi, lo «scandalo» che avvolge la compagnia a basso costo più famosa, e si credeva anche ricca, del mondo, cambia leggermente le carte in tavola. Oddio, chiunque minimamente interessato all’interesse strategico nazionale non avrebbe mai nemmeno ipotizzato di vendere la compagnia di bandiera come se fosse un’industria qualsiasi. Ma in Italia siamo campioni della globalizzazione al contrario: regaliamo il nostro patrimonio in cambio di non si sa cosa. Solo qualche giorno fa abbiamo raccontato la vicenda di una fabbrica di alluminio del torinese, la Comital, un tempo pubblica, poi privatizzata, passata di mano in mano fino all’attuale proprietà francese che la vuole chiudere. La globalizzazione che procede su montagne di cadaveri. Lo disse anche Michael O’Leary, schiettamente, con quella sua faccia da giullare che dovrebbe renderlo simpatico: «Siamo seri. Il nostro interesse per Alitalia resterà solo se ci sarà una ristrutturazione significativa, in modo che la compagnia sia ragionevolmente in grado di operare su una base redditizia». Poi aggiunse in tono perentorio: «Non devono esserci interferenze nella gestione da parte del governo italiano».  Traduzione: taglio drastico dei posti di lavoro e aumento della redditività. E ovviamente, gli utili all'estero, nei paradisi fiscali di qualche paese lontano, in primis l'Irlanda. 

L'infografica del caos di Ryanair con il totale delle cancellazioni di voli previste dalla compagnia low cost, specialmente in Italia
L'infografica del caos di Ryanair con il totale delle cancellazioni di voli previste dalla compagnia low cost, specialmente in Italia (ANSA/ CENTIMETRI)

Ryanair e i voli cancellati
Oggi si scopre cosa si cela sotto il «miracolo» Ryanair: voli cancellati, centinaia di migliaia di passeggeri a terra, tutto a causa delle fuga del personale, non più in grado di lavorare a determinate condizioni. Il ministro Delrio, titolare del dicastero dei trasporti, ha posto immediatamente dei paletti nel processo di acquisizione, già in fase avanzata: «La situazione creata con la cancellazione dei voli Ryanair è molto grave. Sono stati provocati disagi ai nostri cittadini e noi pretendiamo un rispetto assoluto dei diritti del passeggeri». Paletti un po’ deboli, per la verità, aventi come primo scopo quello di rassicurare gli inferociti passeggeri, e al contempo non offendere troppo il vulcanico padrone di Ryanair.

Svendere per non perdere?
Purtroppo, la questione non riguarda a chi vendere Alitalia: bensì perché venderla. Il motto è sempre quello: per liberarsi di un carrozzone che fa perdere solo soldi. Ma questo dogma ideologico, figlio diretto del mitologico pareggio di bilancio che avvantaggia i paesi con una moneta forte, oppure con uno scadente livello di civiltà, dovrà prima o poi essere messo in discussione. Quanto meno nella sua parte più fanatica, ovvero il Fiscal Compact che ci è stato imposto nel 2011. Altrimenti si tratta di un modello che soggiace a ogni tipo di politica economica pubblica, rendendola di fatto impossibile. E’ ovvio che una gestione sana di un’azienda, a maggior ragione se statale, debba essere in grado di individuare e sanzionare ogni forma di parassitismo sociale. Il welfare è stato teorizzato, e applicato, per sostenere i soggetti deboli, non per fornire lavoro finto a nullafacenti di qualsiasi classe. Ma il processo che abbiamo di fronte è distruttivo per l’intero settore industriale italiano: ed è la vera ragione della perdurante crisi economica del nostro paese. Sta risultando sempre più evidente che la cura è peggiore della malattia, perché gli investitori esteri che tanto bramiamo, quando acquistano lo fanno quasi sempre per due ragioni: depredare il sapere del nostro lavoro, e in casi estremi eliminare dal mercato un pericoloso concorrente.