20 luglio 2019
Aggiornato 22:30
la quarta rivoluzione industriale

Robot vs uomini: se la disoccupazione è un prodotto dell'industrializzazione

Nei prossimi 5 anni il lavoro umano potrebbe diventare obsoleto. L'innovazione tecnologica ha bruciato migliaia di posti di lavoro e ora abbiamo davanti a noi una sola strada obbligata per evitare il peggio

ROMA – Entro i prossimi cinque anni, i robot costeranno alle imprese meno di un lavoratore umano. Questo potrebbe significare la perdita di circa un milione e mezzo di posti di lavoro, in Europa, nella sola logistica. 

Cosa ci aspetta nei prossimi 5 anni
La notizia non è nuova, come avevamo avito già modo di anticipare, ma non lascia certo indifferenti. I robot potrebbero presto sostituire l'essere umano in molteplici attività, causando la perdita di altrettanti posti di lavoro. I problemi che in futuro potremmo avere con il tasso di disoccupazione rischiano di far impallidire quelli odierni. Pecchioli, nel suo illuminante articolo, fa il punto della situazione, dati alla mano. Un robot oggi costa mediamente ad un’impresa tra i 18 e i 20 euro orari, contro i 15 di un operatore in carne ed ossa. Ma già entro il 2020 il costo per unità dei robot applicati alla logistica scenderà a 100.000 euro, il che, rapportato ad ore di lavoro, corrisponde ad un costo orario di soli 10 euro, contro i 19 dell’uomo.

Il lavoro umano diventerà obsoleto
Il mercato dell’automazione, dunque, subirà un ulteriore balzo in avanti, ben oltre il già ragguardevole + 27% realizzato dal 2014. La previsione, per l’Europa, è di un mercato da 40 miliardi di euro l’anno prossimo, con l’ovvia irruzione del capitale di rischio nell’avventura robotica e cibernetica. La previsione iniziale è la perdita di un milione e mezzo di impieghi in Europa nella sola logistica, ma il problema strutturale è che presto il lavoro umano verrà reso obsoleto come tale, senza alternative. La velocità e l’ampiezza del fenomeno è, e più ancora sarà, senza precedenti storici.

La disoccupazione è un prodotto dell'industrializzazione
Alcuni ipotizzano che oltre il 40 per cento dei lavori attualmente esistenti negli Usa corra un alto rischio di sostituzione robotica, mentre per un altro 20 % il rischio sarebbe medio. Al di là della precisione predittiva di questi analisti, tuttavia, il fatto è immenso, e necessita di essere analizzato nelle sue ricadute sociali, economiche, territoriali, antropologiche, addirittura esistenziali, al fine di predisporre dei paracadute, organizzare contromisure, riorientare la vita degli uomini. Già Joseph Schumpeter aveva osservato come il fenomeno della mancanza di lavoro fosse un prodotto dell’industrializzazione, e quindi, della progressiva tecnologizzazione degli apparati produttivi.

L'innovazione tecnologica ha bruciato migliaia di posti di lavoro
La disoccupazione è un fenomeno moderno, eccetto che per situazioni determinate da catastrofi naturali o epidemie nelle epoche preindustriali. L'economista Jeremy Rifkin, che nella sua opera «La Fine del lavoro» fu il primo ad esaminare i risvolti del problema da un punto di vista interdisciplinare, nel suo recente «La società a costo marginale zero» dimostra che l’innovazione tecnologica ha bruciato molti più posti di lavoro della delocalizzazione degli impianti. Poi certifica un altro dato: nel periodo preso in esame, otto anni all’inizio del millennio, l’industria mondiale ha 22 milioni di addetti in meno, ma ha aumentato la produttività del 30 per cento.

Dov'è finita la politica degli alti salari?
Ma il lavoro è stato sempre considerato dall’economia politica (pensiamo a Friedrich List) come un capitale sociale, dunque una società senza lavoro è un mondo in perdita. Sono davvero lontani i tempi di Henry Ford e della politica degli alti salari, volti alla generalizzazione dei consumi, tanto più in un momento storico in cui la stessa industria automobilistica, storico simbolo di innovazione quanto di occupazione, sta lavorando alla realizzazione dell’auto senza conduttore. Siamo dunque entrati in uno di quelle fasi della vita economica che si definiscono tornanti della storia, e, se aveva ragione Einstein ad affermare che occorre un nuovo modo di pensare per risolvere problemi nuovi, deve mutare il paradigma corrente.

Una strada obbligata per evitare il peggio
Tornare ai principi, tornare alla persona, restituire al mercato il suo ruolo di strumento al servizio dell’uomo. Sarà durissima, ma non esistono scorciatoie. In un mondo dove milioni di esseri umani saranno sostituiti nelle loro funzioni da apparati informatici, la strada obbligata è il recupero dello spazio pubblico e comunitario, anche nella sua aspetto di potere. C’è bisogno dello Stato, con le sue articolazioni, e va ridisegnato anche il principio di sussidiarietà, in senso verticale, poiché è lo Stato stesso che deve riassumere iniziative in campo economico, a tutela della coesione sociale e della sua stessa permanenza come istituzione. La quarta rivoluzione industriale, che è in pieno svolgimento, si avvia a liquidare il lavoro salariato nelle industrie e nei servizi, oltre al lavoro professionale in molti altri ambiti, anche di elevata qualificazione: si è rotto il legame tra produttività ed occupazione.

Il lavoro è una risorsa preziosa
La speranza (e probabilmente la necessità) è che nasca un’economia policentrica, condivisa, nel senso della ripresa di iniziativa delle pubbliche istituzioni e di tutti noi, proprietari , difensori e utilizzatori dei beni comuni. Un piccolo esempio è la fiorente economia generata dalla custodia ed utilizzo delle risorse forestali in Val di Fiemme, affidata alle comunità locali che ne traggono benessere economico, gestione attiva del territorio, conservazione e rilancio di attività e conoscenza antiche, rielaborate con tecniche e strumenti contemporanei. Il lavoro, dunque, torna ad essere ricchezza per l’intera comunità, a patto di considerarlo, finalmente, per quello che è, una risorsa preziosa.