30 novembre 2021
Aggiornato 07:30
Il caso del barbone

Vita e denunce di «Riccardo M.»

Residenti del centro esasperati. La Malfa: «Capisco, ma ricordiamo la lezione di Festa Bianchet...»

BIELLA - Uno uomo chiamato «Riccardo M., classe 1962, di Vigliano». Praticamente una sigla, sempre uguale per una serie di comportamenti a cavallo tra il disagio sociale e la delinquenza vera e propria. I giornali cartacei ne parlano, quasi, in ogni edizione che va in edicola. Un po’ perché fatti di cronaca nera, sotto il Mucrone, ce ne sono per fortuna pochi. E un po’ perché «Riccardo M., classe 1962, di Vigliano» è davvero un soggetto particolare. Negli uffici del comando provinciale dei Carabinieri, infatti, ci sono ben tre faldoni con il suo nome e cognome. Dentro ci sono decine e decine di denuncie, quasi tutte uguali. Perché «Riccardo M., classe 1962, di Vigliano» beve, troppo. Dopodiché combina guai. Oppure semplicemente si accascia al suolo e va soccorso. Ma la storia solitamente mica finisce con il classico «e vissero tutti felici e contenti». Perché se viene portato al Pronto soccorso, «Riccardo M., classe 1962, di Vigliano» litiga con medici e infermieri. E se poi arrivano i carabinieri o la polizia, mica si calma. Anzi. Dà in escandescenza. E così i guai proseguono. Le denuncie a suo carico sono decine e forze centinai, contando che ha trascorso un periodo fuori dal Biellese. Parlano di furto, aggressione, resistenza a pubblico ufficiale, minacce, molestie e via di seguito. Ci sono poi anche fatti, come dire, eclatanti: si è denudato ed è entrato più volte dentro chiese dove si celebrava messa o in negozi ed esercizi pubblici.

«Riccardo M., classe 1962, di Vigliano» non pare cattivo o aggressivo, di solito, a chi lo vede transitare per il centro cittadino, quasi sempre sporco e malandato, con abiti laceri e qualche volta bizzarri. Però nelle scorse settimane avrebbe preso per il collo una commessa di un supermarket, dove non aveva quasi certamente pagato della merce presa dagli scaffali. Per gli abitanti ed i commercianti del centro città è una figura molte volte difficile da gestire. Ci sono baristi che gli offrono il caffè ma anche commessi di negozi che lo sopportano, non vedendo l’ora che si allontani. L’uomo ha un passato da tossicodipendente, con numerosissimi reati annessi allo spaccio e all’illecita detenzione di sostanze stupefacenti, mentre oggi pare vittima solo dell’alcolismo. I primi reati risalgono al 1987. L’ultima denuncia a suo carico, invece, è della settimana scorsa. Molti abitanti di via Italia se lo ricordano pure perché aveva costruito sotto i portici della galleria Leonardo da Vinci la propria abitazione di fortuna, servizi igienici compresi, alcuni mesi fa. Un caso umano difficile, che nessuno pare saper risolvere.

Che fare? «Capisco i disagi dei residenti e dei commercianti. E comprendo la difficoltà di trovare un punto di equilibrio tra tolleranza verso una persona, e delle persone, problematiche, e i cittadini che lavorano e vivono la città nel pieno rispetto delle regole - dice l’assessore comunale alla polizia urbana, Stefano La Malfa -. Ci tengo però a ricordare l’amara lezione legata ai fatti di Augusto Festa Bianchet, il senzatetto ucciso sotto i portici dell’ex Standa… Una tragedia che non va mai dimenticata. Dopodiché è chiaro che persone in difficoltà come quelle che stazionano ai giardini Zumaglini mettono istituzioni e cittadini nella difficile condizione di trovare una sintesi tra legalità e aiuto. I vigili urbani sono comunque a disposizione e pattugliano la città. E di fronte ad ogni segnalazione sono pronti ad intervenire». Sulla stessa lunghezza d’onda, l’assessore alle politiche sociali, Francesca Salivotti: «La sola repressione non può bastare, in questo e in altri casi analoghi. La forza non può essere l’unica risposta al disagio, anche se qualche cittadino esasperato pensa il contrario. Il problema è che questo tipo di persone spesso non vogliono essere aiutate, complicando e compromettendo il lavoro delle strutture pubbliche preposte a fornire loro un sostegno». Già. Un bel paradosso. Come infatti spiega il responsabile del servizio sanitario del «Sert», Antonio Martinotti: «I tagli economici ci hanno costretto pure a chiudere centri dei 'sollievo', dove era possibile accogliere, curare e aiutare persone con questi ed altri problemi di dipendenza cronica. Dopodiché resta validato il principio che le cure devono essere volontarie. E non sempre avviene con persone oggettivamente in difficoltà. Dopodiché sono previsti e possibili trattamenti sanitari obbligatori, che però sono legati anche a passaggi burocratici particolari».