Da ormai troppi mesi la popolazione nazionale attende il varo, da parte dei governi in carica, di manovre per la crescita. Ed ascoltando il ceto produttivo, il principale volano per la crescita, oltre all’ammodernamento delle dotazioni infrastrutturali, alla diminuzione del carico fiscale, alla riduzione della burocrazia e al contenimento della spesa pubblica improduttiva, è rappresentato dagli incentivi alle imprese.
Una richiesta assolutamente comprensibile sul piano «animale», molto meno sul piano «razionale»: l’Italia, qualcuno lo dovrebbe ricordare, è parte dell’Unione europea, che pone vincoli molto ma molto rigidi sul piano degli aiuti di Stato. Ogni area, infatti, ha un suo massimale di contributi, e nel caso di superamento degli stessi scattano sanzioni comunitarie a carico delle amministrazioni responsabili.
In Italia il massimale più alto è nelle cosiddette aree «convergenza», coincidenti con il Mezzogiorno continentale e la Sicilia, ed è pari al 50%. Al di sopra della Campania tali massimali possono essere pari a zero nelle aree più evolute del Paese e tra il 10 ed il 20% nelle altre aree centro-settentrionali.
Per farla breve, gli incentivi che lo Stato potrebbe attivare sono in genere molto modesti rispetto alle aspettative, e ai bisogni, del ceto imprenditoriale. Al Mezzogiorno tale volano di crescita potrebbe essere maggiormente produttivo, ma le varie esperienze di contributi a pioggia hanno dato esiti non molto positivi in termini sia di spesa ed occupazione effettivamente attivata che di tasso di criminalità amministrativa generato.
Ma qualcosa potrebbe essere fatto, ed infatti si è in attesa di un «risveglio» da parte delle Regioni per ciò che riguarda l’utilizzo delle risorse comunitarie e del varo della ennesima Tremonti Sud per gli investimenti sotto forma di crediti d’imposta. Invece, a livello nazionale, c’è il fondo di garanzia, che aiuta le aziende a tutelare le banche che le finanziano, ma i forti vincoli imposti nell’attivazione di tale strumento a causa dei bilanci non proprio brillanti delle aziende richiedenti ne limita di molto l’utilizzo.
E dunque, cosa resta da fare? Semplice, semplicissimo, quasi banale: l’attivazione di spesa pubblica produttiva.
Secondo la teoria generale di Keynes, ogni aumento di spesa pubblica produttiva genera una crescita nel reddito di una nazione in funzione della propensione al consumo. Posto che in Italia (dati Banca d’Italia 2010) vi sia una propensione al consumo del 59,85% (dedotto un carico fiscale medio del 28,85%), secondo detta teoria per 100 euro di spesa pubblica produttiva (investimenti infrastrutturali) si genererebbe un reddito nazionale aggiuntivo di 249 euro. Di questi 249 euro 71,8 euro (ovvero il 71,8% della spesa pubblica attivata) ritornerebbero allo Stato sotto forma di imposizione fiscale e circa 110 euro verrebbero spesi in consumi interni (ovvero verso beni e servizi prodotti in Italia). Abbassando di un punto percentuale la tassazione il reddito aumenterebbe di altri 64 euro; abbassandola di due punti percentuali la crescita risulterebbe più che doppia, ovvero di circa 131 euro, e così via.
E dunque: cosa bisogna fare per condurre il nostro premier a spiegare queste banalità in sede europea inducendo i partner ad accettare un rallentamento del Patto di stabilità, condito da project bond e golden rule (la sottrazione degli investimenti dal debito pubblico)?
E soprattutto, quanto dobbiamo attendere prima che il responsabile dell’economia e del lavoro del principale partito nazionale (sondaggi alla mano), noto keynesiano, peraltro laureatosi alla Bocconi, si ricordi di queste banalità e vada a sbattere i pugni in tutte le sedi che contano invece di consegnare alla stampa inutili quanto gratuite ed irrispettose valutazioni su chi, nel suo partito, non la pensa come lui?
Fonte: The Front Page
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