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Chicago Blog: Oscar Giannino

Italia meno disoccupata. Oro o princisbecco?

La retorica impazza. Secondo me, di gonfiare le gote non è il caso. Di riflettere, sì

Italia meno disoccupata. Oro o princisbecco?

L’Economist affronta in questo  e questo articolo il tema di che cosa l’America e l’Europa abbiano reciprocamente da imparare, considerando i rispettivi tassi di disoccupazione.  Effettivamente, il tasso medio dell’euroarea è poco sotto il 10%, quello USA l’ha appena superato. Ma ciò che offre argomento su cui riflettere è che in Europa Germania e Italia, i due paesi più manifatturieri ed esportatori che proprio per questo perdono tra i 6 e i 5 punti di Pil dacché la crisi è iniziata, sono tra quelli coi più bassi tassi di disoccupazione. C’è di che fare trionfalismo?  Immaginavo di leggerne, oggi, sui media italiani che lo accostano all’annuncio che abbiamo superato come sesto paese al mondo il Regno Unito, e all’indicatore anticipatore Ocse – uno strumento del tutto inservibile, dal punto di vista quantitativo, che da qualche mese è però la delizia della politica italiana – che torna a dire che l’Italia uscirà dalla crisi meglio di tanti altri. Così è, infatti, la retorica impazza. Secondo me, di gonfiare le gote non è il caso. Di riflettere, sì.

Germania e Francia sono tra i paesi europei che, davanti alla crisi, hanno varato praticamente l’intero spettro di politiche attive pubbliche di sostegno all’occupazione rilevate dall’Ocse. Lavoratori che diventando a tempo determinato o parziale mantengono integrazione al reddito pari a quello conseguito quando erano a tempo pieno e-o indeterminato, sgravi fortissimi o addirittura sospensioni del pagamento dei contributi sui lavoratori che entrano in programmi di ristrutturazione differita rispetto a quella richiesta dall’azienda da cui dipendono, e via proseguendo.  

L’Italia, al contrario, non ha fatto nulla di tutto questo. Anche l’Economist giustamente rileva che siamo tra i grandi paesi europei quello i cui strumenti di integrazione del reddito ai disoccupati sono quelli meno lontani  dal modello americano. E questo è un bene. Ciò che rende meno alta la disoccupazione aggiuntiva nell’unità di tempo, nel nostro caso, è il molto maggior ritardo delle imprese a ristrutturare, rispetto alla decisione assoluta messa in mostra da quelle americane, dove la produttività nel terzo trimestre, a fronte del record di disoccupati da oltre 25 anni, è salita stellarmente di oltre il 9%.

In sintesi. I grandi Paesi europei con meno disoccupati stanno accumulando più deficit pubblico per programmo straordinari di welfare ai senza lavoro, ma contano su una domanda interna come contributo alla ripresa del Pil quasi dovunque maggiore che da noi. Noi conteniamo invece i disoccupati perché rallentiamo più di altri la razionalizzazione dei fattori produttivi necessaria a ripartire con forza da perimetri e volumi più riustretti, ma con maggiore innovazione. La minor disoccupazione odierna da noi sarà una più bassa partecipazione al mercato del lavoro domani – è stato così negli anni alle nostre spalle, in cui grazie a maggior flessibilità abbiamo innalzato di poco il tasso d occupazione giovanile, e di pochissimo quello femminile -  per gli altri un denominatore più elevato che renderà meno oneroso il debito pubblico, nel rapporto tra questo e il prodotto nazionale. Aspettiamo dunque, prima di vani trionfalismi. E’ stato positivo gestire in deroga l’estensione degli ammortizzatori,  preferita dal governo al vano torneo che si sarebbe scatenato in parlamento e sui media con l’opposizione, in caso di loro riforma strutturale. Ma bisognerebbe avere il fegato di alcune rotture di continuità proprio oggi, sulla tasse e sulle regole del mercato del lavoro e delle pensioni, per accelerare la crescita e renderla meglio sostenibile. Allora sì, avremmo imparato qualcosa dagli errori del passato e lo avremmo messo a frutto.

Oscar Giannino
sabato 7 novembre 2009
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