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BOLOGNA - In Emilia-Romagna operano, con modalità «strutturate» e continuative, circa 300 mediatori e mediatrici interculturali, a cui si affianca un numero quasi doppio di persone che svolgono quest’attività in modo più occasionale. Complessivamente si tratta di 849 mediatori, che coprono un ruolo fondamentale di «ponte» – non solo linguistico, ma soprattutto culturale – con gli stranieri.
Un ambito professionale, quello della mediazione, fortemente «al femminile» (le 685 donne rappresentano oltre l’80%) e con forti competenze nell’ambito dei servizi sanitari.
E’ il quadro che emerge dal report sulla mediazione interculturale nei servizi alla persona della Regione Emilia-Romagna. Un censimento inedito, nel suo genere, in ambito nazionale.
«Il settimo Rapporto Cnel sugli indici di integrazione degli immigrati in Italia, recentemente diffuso, riconosce all’Emilia-Romagna il primo posto nel Paese – ha ricordato l’assessore alle politiche sociali della Regione Teresa Marzocchi, presentando il report sui mediatori.
A quest’importante risultato hanno contribuito sicuramente le esperienze di mediazione interculturale, che da tempo sono presenti nei servizi territoriali regionali. Esperienze che, informando e orientando gli stranieri alla corretta fruizione dei servizi, e facilitando le relazioni, hanno rafforzato la coesione sociale, evitando il ricorso – che sarebbe oltremodo discriminatorio – a servizi separati per italiani e stranieri». Insieme all’alfabetizzazione alla lingua italiana e al contrasto alla discriminazione «le attività di orientamento e mediazione interculturale – ha aggiunto l’assessore – sono una delle tre priorità strategiche per l’integrazione sociale dei cittadini immigrati individuate dalla Regione Emilia-Romagna con l’ultimo piano triennale 2009-2011».
Le attività di mediazione interculturale
Per le attività di mediazione, la quasi totalità degli enti pubblici – con l’eccezione di alcune realtà sanitarie – si avvalgono di fornitori esterni, perlopiù cooperative o associazioni (34 per l’Emilia-Romagna). Sul totale (849) dei mediatori e delle mediatrici «impegnabili» in regione, le presenze più numerose riguardano Modena (226), Bologna (188), Parma (136) e Ferrara (106).
I mediatori (strutturati o occasionali) che svolgono, in tutto o in parte, le loro attività nelle strutture sanitarie regionali sono il 50% dell’intero universo. In realtà, in questo specifico settore, ancora più che negli altri, si dovrebbe parlare di mediatrici. Qui la componente femminile rappresenta infatti oltre il 90% delle figure di intermediazione, e in alcune aziende sanitarie è pressoché esclusiva: a Bologna (Ausl e Azienda ospedaliera) operano 95 mediatrici, tutte donne; a Ferrara su 87 operatori nel campo della mediazione 74 sono donne, e a Modena (sempre Ausl e Azienda ospedaliera) sono attive 86 donne e un solo uomo.
Un aspetto che non deve sorprendere: i servizi sanitari comprendono infatti ambiti di specificità (come l’ostetrico-ginecologico, i consultori) dove non solo è importante conoscere lingue e culture ma anche saper approcciare esperienze, confidenze e ambiti d’intimità. Oltre al sanitario, gli altri settori prevalenti d’attività per i mediatori sono lo scolastico-educativo e l’informativo (sportelli, servizi di accoglienza e orientamento).
Tra i principali ambiti linguistico-culturali di competenza c’è l’arabo (166 mediatori, di cui 122 donne), seguito dal rumeno/moldavo (72), dal cinese (67) e dall’albanese (64). Mediamente alti i curricula scolastici dei mediatori: se meno del 3% ha terminato la scuola dell’obbligo, oltre il 12% possiede un diploma universitario triennale, e più del 55% ha una laurea: tra questi ultimi, il 10% ha un titolo post laurea di specializzazione o il dottorato. Sul totale dei mediatori, il 60,8% si è formato per operare nel campo della mediazione culturale seguendo corsi appositi.
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Giovedì 15 luglio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
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