CLAUDIO PAVONI - 19/11/2009
ROMA - Il governo ha incassato la fiducia sul decreto Ronchi che prevede la liberalizzazione dei servizi pubblici. Il provvedimento è stato duramente contestato dalle opposizioni soprattutto per la parte che riguarda l’ingresso dei privati nel settore dell’acqua. Il decreto approvato oggi pomeriggio con il contributo compatto della Lega, nonostante inizialmente il partito di Bossi avesse sollevato molte perplessità, è stato criticato da molte Regioni. Non è piaciuto a Vasco Errani, che oltre che essere Governatore dell’Emilia Romagna è presidente della Conferenza delle Regioni. Nichi Vendola, Governatore della Puglia ha già annunciato che ricorrerà alla Corte Costituzionale. Secondo le Associazioni dei consumatori la privatizzazione comporterà un aumento delle tariffe di almeno il 30 per cento. Il Codacons sostiene che per le famiglie il salasso non sarà inferiore ai 268 euro l’anno, con punte fino a 348 euro.
Sul provvedimento il Governo aveva posto la fiducia. Le associazioni dei consumatori pronte al referendum
Ma è proprio così brutto il decreto che introduce la privatizzazione dei servizi locali? Intanto bisogna ricordare Linda Lanzillotta, ministro del precedente governo Prodi, aveva già provato a limitare il monopolio sui servizi pubblici, ma aveva dovuto fare marcia indietro per l’opposizione della sinistra radicale. Inoltre è molto interessante sentire che cosa ha da dire in proposito l’Antitrust, cioè l’Autorità che vigila sulla correttezza del mercato e quindi ha il dovere di difendere gli interessi dei consumatori.
l'Antitrust sostiene che il provvedimento sulla liberalizzazione dei servizi pubblici e essenziali contenuto nel decreto Ronchi è «un buon provvedimento perché dà luogo a una liberalizzazione da tanto tempo auspicata dall’Autorità. L'acqua rimane un bene pubblico ma il servizio finalmente viene liberalizzato grazie al meccanismo delle gare». Per Antonio Catricalà il provvedimento «non significa che necessariamente si avrà una privatizzazione, ma si apre ai privati la possibilità di entrare nell'esercizio di questo servizio pubblico essenziale». La proprietà pubblica degli impianti, continua il numero uno dell'Antitrust, «rimane tale laddove è pubblica. Rimane invece da chiarire chi sarà l'autorità che dovrà verificare e stabilire gli standard di qualità minimi essenziali e che vigilerà sulle tariffe».
Vorremmo inoltre ricordare che è vero che si può sempre peggiorare, ma non si può certo sostenere che finora i servizi locali si siano giovati della condizione di monopolio di cui hanno goduto per rendere più efficienti i servizi essenziali resi ai cittadini. Tanto per tornare al problema dell’acqua non si può certo dimenticare che la rete idrica italiana è un colabrodo che disperde il 34 per cento di un bene così prezioso. Sui rifiuti pensando a Napoli o Palermo è meglio stendere un velo pietoso. Per i trasporti basta chiedere ai romani.
Va anche detto che un mix pubblico-privato, come previsto dal decreto Ronchi, nella versione Campana, ha spalancato le porte all’ingresso della malavita organizzata nel grande affare dei rifiuti.
Insomma il provvedimento è una scommessa sulla modernizzazione e sugli effetti benefici della concorrenza. E’ chiaro che tutto dipenderà da come verrà applicato e dai controlli ai quali sarà sottoposto. Da questo punto non lascia ben sperare, come appunto sottolinea il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, che ancora non sia stata indicata l’Autorità che dovrà vigilare sugli standard minimi essenziali e sulle tariffe.
Nichi Vendola, ha già annunciato che ricorrerà alla Corte Costituzionale impugnando il provvedimento. Nel contempo i tecnici regionali appronteranno un testo che punta a trasformare la società Acquedotto pugliese da Spa a società di diritto pubblico.
«La Puglia - fa notare però Renato Drusiani, direttore dell'area idrico-ambientale di Federutility, l'organizzazione che riunisce le 550 aziende che operano nell'acqua e nell'elettricità - è un caso a sè, in Italia e in Europa». Se in altre realtà regionali, infatti, operano più soggetti e sono diffuse società miste, le quote di Acp sono pressoché al 100% di proprietà della Regione Puglia (un 5% fa capo alla Basilicata). L'applicazione della nuova legge in arrivo, quindi, sconvolgerebbe l'assetto societario. Quanto alla lettura delle ricadute, dipende da che parte le si guarda. Vendola, lo ha detto chiaramente, teme un freno agli investimenti e un aumento delle tariffe.
Situazioni simili a quella pugliese, ma solo in parte, si verificano in Calabria e Sicilia, dove è una società regionale a gestire l'acqua. Ma la quota in mano pubblica è molto più bassa e i privati hanno già una compartecipazione. Siciliacque è al 25% delle Regione, al 75% di soci industriali. Sorical, al 53% della Regione e al 47% del colosso francese Veolia. Sulla carta, quindi, l'interesse a osteggiare la legge non c'è. Questo non vuol dire che in molti territori la nuova legge non abbia provocato reazioni politiche a livello locale. Tre giorni fa duemila persone hanno partecipato a Menfi, in provincia di Agrigento, al consiglio comunale «aperto» contro la privatizzazione della gestione idrica. E in Sicilia circa 90 comuni stanno facendo fronte comune contro la legge. In Molise dal Pd e da Molise Acque, azienda speciale della Regione, arrivano appelli ad impugnare il provvedimento di fronte alla Consulta. Il Pd è agguerrito anche in Friuli Venezia Giulia così come i Verdi in Toscana. E pochi giorni fa la giunta comunale di Bolzano ha approvato un documento contro la privatizzazione dell'acqua. In Abruzzo Rifondazione Comunista definisce il nuovo decreto una legge truffa e ha annunciato che presenterà una propria proposta di legge.
Claudio Pavoni
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